Pietro Citati: un colpo sopra o sotto la cintura?

marzo 14, 2012 § Lascia un commento

«La lotta delle generazioni non esclude colpi» ammoniva Bianciardi nel manualetto Come si diventa un intellettuale. E Pietro Citati dimostra di saperlo benissimo colpendo dritto sotto la cintura la nuova generazione di “intellettuali” (volendo identificarli con gli scrittori, sovrapposizione almeno in parte inevitabile) dalle pagine del Corriere della Sera. Ma, un momento, siamo sicuri che Citati abbia colpito sotto la cintura? Parrebbe di sì, a vedere le reazioni. Perché a un buon colpo regolare si risponde, anche con veemenza, perfino con smodata foga (attenti, non conviene mai scomporsi) ma solo di fronte ai colpi irregolari ci si indigna, si strepita e si invoca la squalifica. E questo è successo: gli scrittori di successo (eh sì, sono tra i maggiori indiziati) e gli “intellettuali” (giovani e meno giovani) vorrebbero la squalifica di Citati. Per senilità, per pedanteria, per accademismo, perfino per qualunquismo. Forse però è meglio rivedere tutto alla moviola, prima di procedere, perché è accaduto con tale velocità che una messa a fuoco migliore può essere utile.

Primo round: Citati incensa gli scrittori che hanno prodotto libri negli anni ’60/’70 e che hanno contagiato positivamente i lettori. D’altronde, come non dare per scontata una biunivocità virtuosa (o nefasta) tra gli uni e gli altri? Con questi colpetti ben assestati, il critico stuzzica l’avversario. Poi l’affondo: oggi invece regnano volgarità, banalità e mediocrità (a volere estrapolare tre aggettivi dal suo discorso). E questa deriva trascina i poveri lettori nell’abisso. Qualche colpevole? Giorgio Faletti, Paulo Coelho, Dan Brown. Ecco qui, Citati ha fatto il suo gioco. Caso vuole che in quel mentre suoni anche la campanella e che lui debba tornare al suo angolo. Che ha fatto nel frattempo l’arbitro? Nulla, ha lasciato correre, tutto gli è apparso regolare. E allora? Perché all’altro angolo del ring i secondi faticano a trattenere il contendente? Vediamo.

Giorgio Faletti, che vede colpiti da una serie di ganci molto potenti i propri bestseller, scalpita ma non vorrebbe disunirsi nel contrattacco. L’adrenalina però è troppo alta per tenere a bada l’orgoglio e strappando il microfono ai commentatori tira fuori una quantità tutt’altro che modica di falsa modestia, rivendicando non solo la dignità conferita da un’elezione popolare ma anche la propria vocazione letteraria, sancita in età matura ma sempre viva fin dalla gioventù.

Messi in mezzo, gli editori fanno i salti mortali per mantenersi imparziali: Citati non ha commesso irregolarità ma certo la sua condotta risulta eccessivamente provocatoria. Ognuno legga quello che vuole e tanti saluti al dibattito, che qui c’è crisi e c’è da far cassa, quindi ogni titolo fa brodo. Comprate tutto quello che passa il convento che poi magari i distinguo li facciamo con calma, eh. Così sono sintetitazzabili gli interventi in ordine sparso di Elisabetta Sgarbi, Stefano Mauri, Alessandro Dalai. Va rilevata però una stranezza: se appena appena provano a entrare nel merito della questione, se appena appena devono fare qualche nome di scrittore che vende ma è comunque di valore snocciolano Dickens, W. Scott, Keats, Twain, H. James. E autori un tantino più contemporanei, giusto perché di quello si parlava? Non pervenuti. Va beh, grazie del contributo. L’unico a osare qualcosa è Paolo Repetti di Einaudi Stile Libero che tocca la polpa del discorso definendo Faletti un «narratore popolare di qualità». Il gioco di braccia gli vale un applauso, ma il match non accenna a entrare davvero nel vivo.

Sebastiano Vassalli è del 1941, sarà tra i salvati? Nel dubbio è perfettamente d’accordo con Citati, ma anche perfettamente in disaccordo. Insomma, ma si può sapere gli scrittori davvero di oggi chi sono, quali sono, dove sono? Stanno tutti zitti a fischiettare fingendo che non si parli di loro? Quasi. Uno accetta la sfida, è Christian Raimo, che si alza dalla poltroncina e si mette vicino all’angolo di Citati. Inizia a ronzargli nell’orecchio. Di cosa parla? Chissà quanti nomi gli butterà in faccia adesso, chissà che bella replica veemente. Macché, neanche stavolta. Di che si parla? Solo di Citati. Anzi, di più: di citatismo. Giusto una spruzzatina dal catalogo Adelphi, che tanto si va sul sicuro, e poi giù ancora a fare le pulci a Citati. Eppure il critico vecchia generazione ha fatto il suo gioco, ha tirato i suoi colpi, ha fatto i suoi nomi. Disturbare l’avversario tra un round e l’altro è una tattica comunque lecita, ma tra poco suonerà la campanella, giusto? Avremo gli altri round, vero? Uhm, che strano silenzio.

Tanto vale aprire un libro, anzi, un Non libro: «Voi nel frattempo col sedere tradizionale sul sofà aspettate il seguito. Cioè un libro. Aspettatelo. Io vado a puttane». Cesare Zavattini nel 1970, guarda un po’ il caso. Quei cornuti degli arbitri non daranno mica un punto a Citati, adesso, in attesa che l’avversario la smetta di ripensare al primo round

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