Il nepotismo nella piccola editoria

dicembre 11, 2012 § 12 commenti

non so perché, ma m’è saltato il grillo di parlare di questo argomento.
innanzitutto: esiste o me lo sto sognando?

sarà stata la fiera del libro a stimolarmi simili pensieri, e se sì, per quale motivo?

forse mentalmente, anche grazie al Libropardo, sto cercando di categorizzare l’editoria in questa fase di finto cambiamento, che è solo un precipizio?

tante domande, troppi dubbi.
si vede che è fine d’anno, vero?

ricapitolo qualcosa per orizzontarmi io stesso:

1) gli editori cartacei fanno finta di avere paura dell’editoria digitale, e simulano i coccodrilli di loro stessi mentre l’editoria digitale italiana arranca nel vuoto, tra prodotti malfatti e confusione mentale diffusa.
per colpa soprattutto degli editori cartacei che inquinano il mercato e lo intasano della loro velleitarietà e arraffoneria.

2) gli editori solo digitali fanno la fame, si autosfruttano peggio dei piccoli editori cartacei e non sanno dove sbattere la testa finché il mercato non ripagherà loro almeno la bolletta per l’adsl.

3) alla fiera del libro più importante per la piccola editoria, il digitale si manifesta solo come stand commerciali dei peggiori ereader in circolazione.

4) l’aie se ne sbatte le palle di tutto, fa solo i suoi porci interessi con la solita arroganza, ed è sostanzialmente un organismo irritante.

5) il governo non esiste, e stanno pure rialzando la cresta i topi di fogna che ci hanno peggiorato in modo crescente la vita per quasi vent’anni.

6) le librerie vere stanno in un fosso.
il digitale ancora non può aiutarle, e la gente sotto natale fa la fila da feltrinelli con le mani zeppe di cazzate.

e il nepotismo?
direi che gli editori ancora ragionano come reucci feudali: se devono dare lavoro a qualcuno, prima sentono i figli (anche se hanno studiato geologia) e subito dopo gli altri congiunti ispezionando ben bene tutto il secondo grado di consaguineità.
bene o male sfruttano pure loro alla fine (per tanto che si sono umanamente inariditi), ma già che gli danno da lavorare a quelli gli va bene, visto che son quasi sempre delle crape dure come sassi.
in fondo che ci vuole a fare l’editor o l’ufficio stampa?
una chance non la si nega a nessuno, no?

a plpl gli stand pullulano di questa trista parentopoli, sarà per questo che ho buttato sul piatto l’argomento?

gradirei testimonianze a supporto.
personalmente potrei darvene una lista vomitevolmente lunghissima, ma datela per scontata, vah, che ho già lo schifo che mi sale.

attendo segnalazioni.

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§ 12 risposte a Il nepotismo nella piccola editoria

  • denisocka ha detto:

    Cavoli, come ti invidio. Sul blog hai mantenuto l’anonimato e puoi dire quello che pensiamo in molti senza essere subito additato come uno che sputa nel piatto dove mangia. Se potessi, uh, quante ne racconterei!

  • Francesca Casula ha detto:

    Semplice: non c’hanno una lira per pagare un ufficio stampa/correttore di bozze/grafico vero e sfruttano i figli che tanto stanno a casa senza far niente perché neanche i geologi trovano lavoro.

  • Rob ha detto:

    Lascio una testimonianza di lettura. Potrei raccontarne delle belle. Redattori che non sanno cos’è un chiasmo, ma sanno cos’è un orgasmo. Impaginatori che tagliano le frasi e le perifrasi per organizzare meglio la pagina. Editor che sbagliano gli accenti. Editori che infilano parenti, figli di amici e bambocci di personaggi prominenti. Redattrici che si vedono rinnovare il contratto cocopro a colpi di passera. Redattori che si vedono rinnovare il contratto dimostrando l’abilità di essere ebeti, perché sono ciechi. Imperatori analfabeti, ma avidi di esibizionismo, Caporedattori che non hanno mai pubblicato un tubo dal giornalino della scuola. Responsabili dei diritti per l’estero che sanno una lingua sola: l’italiano, pure con il forte accento di Google. Responsabili dell’ufficio stampa che lallano. Tutti a partita IVA e ricattabili. Eccetto i “nipoti” pinocchi.

    • editorinmaniototo ha detto:

      Sì, li ho visti tutti…

    • editorinmaniototo ha detto:

      Che poi gli editeuri, credendosi schizofrenicamente editori, recitano la solita parte delle vittime di un ambito dove soldi non ce n’è, dove la gente non legge, dove loro sono dei santi benefattori, dove i grandi editori antipatici gli fregano tutto il mercato e via così. Quando il problema vero e di fondo è che fanno libri schifosi e non li sanno vendere perché i posti in caga editrice sono occupati da gente che lavora male. Quanti soldi e opportunità sprecate solo per dare la mancetta a qualcuno e far restare tutto in famiglia il denaro.

      • Rob ha detto:

        Sai, diverse, ho avuto l’occasione di vivere dall’interno dinamiche editoriali schizo,anche bipolari. Alla fine, mi è rimasta solo una spiegazione: da studente ho lavorato in uno zuccherificio e da allora non uso più zucchero. Sono lieto di non avere lavorato in una gelateria. Posso ancora gustarmi un cono con tre palline: zabaglione, yogurt, panna e mirtilli. Ma i libri posso gustarli raramente sul cono. Un refuso nella prima pagina. La quarta scritta da analfabeti in un paio di nanosecondi. Una frase che sintatticamente conia l’inglese. Una formula idiomatica tradotta letteralmente. Invidio gli ingenui che leggono praline tossiche senza coscienza degli ingredienti. La mia esperienza è che la stragrande maggioranza degli editori – piccoli o grandi – non sa valorizzare le risorse a distanza di naso. Bofonchia frasi da radical chic, ma cerca disperatamente il titolo che produca una compensazione dei debiti con i distributori, i quali a loro volta sputano dal cilindro bambocci da pubblicare a cui nessuno dice un sonoro “datti all’agricoltura, bimbìn”. Non importa, sia che si tratti della “Politica delle chiappe”, oppure di “Come si scrive una trilogia sessualmente sonnifera mentre si dà un paio di colpi d’aspirapolvere in giro”. Tutto esagerato, iperbolicamente moscio nel giro di una stagione. E di fronte a tutto questo le parole sono secondarie, comprese le virgole.

  • […] Tra gli editori che hanno aderito c’è però un’assenza indicativa: quella degli editori digitali nativi. Eppure, come ha ben spiegato Fabrizio Venerandi di Quintadicopertina durante l’incontro di sabato mattina su “Nuovi modelli di produzione e distribuzione fra carta e rete”, anche costoro sono soggetti alla tirannia dei distributori, alcuni dei quali arrivano a trattenere quasi la metà del prezzo di copertina, a imporre (in gergo si dice “suggerire caldamente”) il loro prezzo o addirittura a modificare i contenuti e la struttura dei files prodotti dagli editori. Se a ciò si aggiunge la gabella del 21% di IVA (caso unico in Europa) e le dimensioni ancora ridotte del mercato (che non consente ancora margini sufficienti alla sostenibilità economica), si capisce come gli editori digitali nativi avrebbero di che sostenere rivendicazioni. Come si spiega quest’assenza? […]

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