Polillo, il guru

luglio 16, 2014 § 4 commenti

poi ti stupisci che il mondo sta finendo…
è che purtroppo siamo in mano a gente non solo impreparata da un punto di vista tecnico, ma fuori dalla realtà a tutto tondo.

l’ambito editoriale riserva delle chicche, in questo senso, lo sapete.
so che è terribile dare eco a cose che dovrebbero essere ignorate, ma qui e là è giusto guardare negli occhi il guaio in cui siamo per provare a uscirne.

alludo nella fattispecie alla riflessione (diciamo così) di polillo ospitata sul sito della boldrini.
mica balle, il palazzo al quadrato.

in tutto questo pippone, polillo allude alla pirateria, suo cavallo e cavillo di battaglia.
nella maniera superficiale di chi non conosce la questione, se non allineandosi alla tendenziosa voce dell’istituzione, la odia e la vuole combattere.
è la sua guerra santa.
la guerra combattuta soltanto in nome del denaro.

non me ne frega niente che siate a favore o contro la pirateria, perché di sicuro non ne sapete abbastanza.
quello che mi dà sempre tanto fastidio è che si diano le colpe di una crisi di settore a cause altre.

polillo guardi prima agli editori della sua associazione, guardi se investono nella giusta direzione, se valorizzano le risorse umane, se le pagano dignitosamente, se fanno ebook degni di questo nome quando li scarichi su un dispositivo.
se sanno promuoversi nei canali web, quelli della demoniaca pirateria.
se si fanno preferire ai siti pirata, per simpatia prima di tutto.

dov’è il progresso nell’editoria italiana?
che vetrina ha sul web? che credibilità può avere un editore che viola la legge dello sconto sul libro?
che infesta i suoi cataloghi di letteratura di bassa lega?
che fa pagare gli scrittori per pubblicare le loro boiate?
che sbaglia tutto nei rapporti con le librerie, che si comporta in modo avido monopolizzando la filiera editoriale?
che mette le briosche e le pentole nelle sue librerie.
che fa la guerra alle piccole librerie nei fatti, e poi le difende a parole.
che vive di nepotismo, che vive nell’inganno, che vive di fiere costosissime e inutili.

mi fermo, continuate voi, ho la schiuma alla bocca.
di seguito l’uscita del polillo, ho grassettato io i passaggi più emozionanti…

 

Forse il tempo è arrivato. Per anni la rete è potuta crescere e fortificarsi senza regole, autogestendosi e sviluppando le proprie inclinazioni.

Ora è probabilmente arrivato il momento di individuare alcuni principi e regole fondamentali a tutela di coloro che hanno a che fare con l’universo internet: quindi di tutti noi.

Al fine di consentire lo sviluppo di nuovi settori, i principi economici impongono periodi più o meno lunghi di deregolamentazione per consentire una crescita robusta, fiduciosi che il mercato tenderà a selezionare gli operatori migliori e a sacrificare gli avventori improvvisati,che i modelli di business si svilupperanno secondo le logiche più efficienti, permettendo al settore di cominciare a generare ricchezza per tutta la comunità. Poi però arriva il momento in cui è necessario individuare delle regole: quelle strettamente necessarie a consentire un armonico sviluppo dell’ecosistema e soprattutto a garantire i diritti di tutti coloro che frequentano o hanno comunque a che fare con il sistema.

Tutela della privacy, tutela dei minori, rispetto della dignità personale, furti di identità, adeguata informazione nei confronti degli utenti più giovani sono questioni da molto tempo oggetto di dibattito tra giuristi e nelle istituzioni. Ma il dibattito deve necessariamente estendersi ai diritti dei soggetti economici ed in primo luogo di quei settori che stanno percorrendo la transizione tra mercato fisico e mercato digitale.

L’industria dei contenuti è al centro di questo processo: film, serie tv, musica, e-book, news, videogiochi sono i principali propulsori dello sviluppo della net economy. La pressione sull’industria a convertirsi definitivamente ai servizi “liquidi” è stata ed è molto forte. Tuttavia questa transizione si sta rilevando drammaticamente traumatica per l’industria culturale italiana. Mentre il mercato del libro e dei giornali di carta, del cinema, dei cd crollava, il mercato dei medesimi prodotti on line cresceva molto lentamente mettendo seriamente in difficoltà un settore produttivo che rappresenta oltre il 5% del pil del nostro Paese e occupa circa 300mila addetti. Non l’unica ma sicuramente la principale causa di questa discrasia è da individuarsi nella facilità con cui la rete consente la diffusione illegale dei nostri prodotti culturali e la timidezza con cui le istituzioni hanno cercato di arginare il problema.

Il pretesto per fronteggiare qualunque misura che provasse seriamente ad affrontare il tema è stato sempre, da parte degli autoproclamati rappresentanti del “popolo della rete”, l’utilizzo improprio del sacrosanto diritto alla libertà di espressione: ma cosa c’entra il furto di un film con la libertà di espressione? Come si fa anche solo ad ipotizzare che i produttori di cultura, che fondano la propria attività proprio sulla libertà di espressione possano anche lontanamente immaginare di limitarla?

Ancora una volta, come nel caso della violazione della privacy delle persone o delle umiliazioni che spesso personaggi più o meno famosi debbono subire in rete, è lecito chiedersi se dietro questi falsi paladini della libertà, che sono pronti a calpestare i diritti di alcuni in nome dei diritti di altri, non si nascondano ben altri interessi, di coloro cioè i cui interessi economici nella nuova net economy sono talmente forti da utilizzare in maniera mistificatoria i diritti civili per tutelare le loro posizioni di assoluto dominio del mondo del web e cercare di ritardare il più possibile l’applicazione di regole condivise per continuare ad imporre le loro”.

chiudo con un consiglio all’aie, così mi rendo utile:
fate un bel sito pirata sotto mentite spoglie, ci mettete tutti i vostri begli ebook, ogni tanto fingete che la polizia postale lo chiuda così gli fate promozione, e guadagnate uno sfondo con i banner pubblicitari delle creme dimagranti.

ps: aggiungo qui di seguito la replica di Giuseppe Lanta Cossalter, del Partito Pirata, che nei commenti a questo post me lo ha segnalato. l’intervento viene ospitato stranamente sullo stesso sito della Boldrini.

“Come Partito Pirata in Italia vogliamo rispondere a Marco Polillo, editore e presidente di Confindustria Cultura Italia, che su questo sito ha espresso la sua concezione di web.

Mai lettura è stata più dolorosa dell’apprendere che qualcuno preferisca anteporre gli interessi economici di pochi ai diritti di molti. Ma il culmine del dolore sfocia nel momento in cui il web viene considerato al pari di una qualsiasi azienda, al pari di un qualsiasi mercato economico, in un’ottica meramente finanziaria orientata al profitto. Profitto, inutile dirlo, generato ai danni di tutti.

C’è troppa mistificazione, in tutto questo. Si tratta di un attacco frontale atto a sminuire chi, come noi, il web lo difende a spada tratta. Vogliono etichettarci come difensori di non si sa quale potente lobby economica inesistente, quando in realtà gli unici a trarre profitto da possibili limitazioni del diritto all’espressione dei netizens sono proprio quelle Aziende rappresentate dalla Confederazione. Non esistono “produttori di cultura”, la cultura deve essere di tutti. Non esiste il “furto di film” o di qualsiasi altra opera intellettuale digitale, né esiste la condivisione su larga scala. L’avvento di Internet ha cambiato molte cose, ma quello che molti non hanno ancora realizzato è che il web può essere un enorme propulsore per l’economia. Il problema è l’approccio.

La cultura non ha bisogno di essere creata, veicolata, plasmata a misura di conto corrente. La cultura ha bisogno di essere diffusa e condivisa a titolo gratuito, generando interesse mediatico ed attenzione, per poi essere eventualmente monetizzata tramite canali alternativi. La cultura è il nostro passato, il nostro presente, e vogliamo che sia anche il nostro futuro. Ma in un mondo nel quale l’informazione viaggia in tempo reale, che senso ha cercare di applicare ragionamenti capitalistici che nulla hanno a che vedere con il concetto stesso di cultura? Che senso ha proporre al pubblico prodotti che non desiderano a prezzi poco appetibili, quando si potrebbe abbracciare il crowd-funding per fornire loro ciò che desiderano alla giusta cifra?

L’industria dei contenuti “vittima” del 2.0 non ha saputo adeguarsi a quello che è lo spirito libero, un po’ anarchico, del web. Non ha saputo capire che per attuare quella “transizione” dal reale al virtuale di cui si parla, bisogna rivedere i fondamenti stessi di un sistema capitalistico che non tiene conto degli interessi dell’utente finale. E quella stessa industria oggi è lì, alla porta, pronta a sfondarla ed a fare irruzione per arrestare tutti coloro che hanno scelto la Rete come casa: godendo nel privare la gente della loro felicità. E visto che, a dire di altri, la nostra è una posizione “di assoluto dominio nel mondo del web”… lasciatecelo dire, in conclusione: evidentemente non siamo gli unici a pensarla così. Là fuori, nel mondo reale, è pieno di Pirati che inconsapevolmente militano nel perseguire i nostri stessi obiettivi, mentre ci rattrista sapere che altre persone, invece di godersi le infinite possibilità di tutta questa tecnologia, pensano ad inseguire una gioia effimera e decisamente egoista”.

 

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